
Alle ore 20.30 di lunedì 29 giugno, nel cortile interno della Risiera di San Sabba, saranno eseguite le opere “Il Sigillo” di Maurizio Agostini, in prima assoluta (dopo il debutto del 27 giugno alla Casa circondariale di Gorizia), e “Il Prigioniero” di Luigi Dallapiccola, nel 50° anniversario della morte del compositore. L’evento fa parte del Piccolo Opera Festival 2026.

Lunedì 29 giugno
ore 20.30
Il Prigioniero
Il Sigillo
Risiera di San Sabba
nell’ambito del
Piccolo Opera Festival 2026
in co-organizzazione con il
Comune di Trieste, Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo
Museo della Risiera di San Sabba – Monumento Nazionale
Il Sigillo
di Maurizio Agostini (1978-)
monologo per tenore e pianoforte
su libretto di Maria Carla Curia
arrangiamento per pianoforte, organo e percussioni Maurizio Agostini
Federico Lepre tenore
prima assoluta
Il Prigioniero
di Luigi Dallapiccola (1904-1975)
opera in un prologo e un atto su libretto di Luigi Dallapiccola
Arlene Miatto Albeldas La madre
Tamon Inoue Il prigioniero
Enrico Basso Il carceriere/Il grande Inquisitore
Federico Lepre Primo sacerdote
Stefan Petković* Secondo sacerdote (*allievo GO! Borderless Opera Lab)
Coro del Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc – Fiume/Rijeka
Matteo Salvemini maestro del coro
in coproduzione con la Fondazione Accademia Musicale Chigiana di Siena
in collaborazione con il Centro Studi Luigi Dallapiccola nel 50° anniversario della morte del compositore nell’ambito del Piccolo Opera Festival 2026
Davide Garattini Raimondi regia
Domenico Franchi scene e costumi
Mario Ruffini direttore musicale
Riccardo Burato pianoforte
Elisabeth Zawadke organo
Pierluigi Corvaglia percussioni
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria via e-mail tickets@piccolofestival.org
In caso di maltempo il numero di posti disponibili verrà ridotto seguendo la data di prenotazione.
Info: www.piccolofestival.org

Come scrive il regista Davide Garattini Raimondi, «l’accostamento tra Il Sigillo e Il Prigioniero nasce dal desiderio di costruire un percorso teatrale che rifletta sul tema della libertà e sulle molte forme che può assumere la sua negazione. Pur appartenendo a linguaggi musicali differenti e a contesti drammaturgici lontani, le due opere condividono una tensione profonda: quella tra la ricerca di uno spazio di protezione e la scoperta che quello stesso spazio può trasformarsi in una prigione».

L’opera di Luigi Dallapiccola, compositore istriano nato a Pisino, è strettamente legata alla sua vicenda autobiografica e ai molti drammi che attraversarono la sua vita: dal confino dell’adolescenza a Graz durante la Prima guerra mondiale alle leggi razziali che colpirono la moglie Laura Coen Luzzatto durante il Secondo conflitto mondiale, costringendola a nascondersi in alloggi di fortuna messi a disposizione da amici. In questo contesto nasce la partitura de Il Prigioniero (1944-1948), che seppure nel libretto è ambientato nella Spagna del XVI secolo durante gli anni oscuri dell’Inquisizione, in realtà riflette pienamente la tragedia della guerra in corso in Europa negli anni Quaranta del Novecento, come rivelano le stesse parole di Dallapiccola: «Mi appariva sempre più chiara la necessità di scrivere un’opera che, nonostante la sua ambientazione storica, potesse essere di toccante attualità; un’opera che trattasse la tragedia del nostro tempo, la tragedia della persecuzione, sentita e sofferta da milioni e decine di milioni di uomini. L’opera si sarebbe intitolata Il Prigioniero, semplicemente».
Il Sigillo, che il compositore fiorentino Maurizio Agostini presenta al festival in prima esecuzione assoluta, porta anch’essa in scena la figura di un religioso: non più il Grande Inquisitore di Dallapiccola, ma un semplice prete che torna dopo vent’anni nella parrocchia dove ebbe inizio la sua vocazione, negli ambienti di una chiesa ora abbandonata e spoglia. La desolazione opprimente del luogo, profanato tempo prima da un omicidio, rivela al protagonista la “prigionia” della propria anima, legata a un passato sepolto al fondo del suo inconscio, dal quale riuscirà a liberarsi solo quando, nell’oscurità del confessionale, sentirà come in un sogno non la voce di un penitente, ma quella del suo vecchio io addossarsi finalmente la colpa a lungo negata. L’autrice del libretto, Maria Carla Curia, ne chiosa l’epilogo: «l’assoluzione finale, “Ego me absolvo”, segna un gesto estremo: un atto di libertà che spezza l’illusione e lascia l’uomo solo davanti a sé stesso».